Disoccupazione: lavoro in un paese, domicilio in un altro

In un comunicato stampa del 25 maggio 2018, il sindacato OCST aveva informato che il guadagno intermedio sarebbe stato esteso ai disoccupati frontalieri. Il problema oggi infatti è che i lavoratori non domiciliati devono far valere le indennità di disoccupazione nel paese di domicilio, ciò che da un lato crea problemi per quelle persone che disponendo di un permesso di soggiorno pensavano di aver diritto alla disoccupazione svizzera (a cui hanno versato i contributi) anche se la famiglia risiede oltre frontieri, e dall’altro lato ai frontalieri disoccupati parziali che possono avere difficoltà a conciliare lavoro a tempo parziale in Svizzera e impegni burocratici per far valere le indennità di disoccupazione in Italia.
Attualmente infatti, solo in caso di lavoro ridotto (con mantenimento del posto di lavoro e temporanea riduzione del tempo di lavoro) hanno diritto alla disoccupazione nel paese di lavoro. Per approfondire: LADI-Frontaliere (stato aprile 2018 – concetto di residenza e competenza in caso di disoccupazione parziale).

Segnalo quindi questo articolo apparso sul Corriere del Ticino del 20 giugno 2018. Vedremo se effettivamente il prospettato miglioramento verrà introdotto:

UE Frontalieri disoccupati, cambi in vista

Domani i ministri europei discuteranno delle regole sul coordinamento in materia di assicurazioni sociali Anche la Svizzera potrebbe esserne toccata – Stimata una crescita dei costi di diverse centinaia di milioni

Domani i ministri delle politiche sociali dell’Unione europea hanno in programma di giungere ad un accordo di principio sulle nuove regole relative al coordinamento dei sistemi di assicurazione sociale. Un tema, questo, che tocca anche la Svizzera, in particolare per quanto concerne i frontalieri attivi sul suo territorio.

Il 13 dicembre 2016, la Commissione europea aveva proposto di aggiornare tali direttive (risalenti al 1959) che mirano ad assicurare che i cittadini non perdano la copertura previdenziale al momento del trasferimento in un altro Stato membro dell’UE. I settori coinvolti sono quattro: indennità di disoccupazione, prestazioni per l’assistenza di lungo periodo, accesso dei cittadini economicamente inattivi alle prestazioni sociali e coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale per i lavoratori distaccati. Sì perché, come scrive la commissione stessa, «in assenza di norme dell’UE sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, la libera circolazione delle persone sarebbe impossibile». Per questi motivi, anche la Confederazione ha ripreso le direttive attualmente in vigore a titolo volontario.

Il progetto nel dettaglio

Tra le altre cose, Bruxelles propone come detto di modificare le direttive valide per i frontalieri. Da noi contattata, la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ci spiega ripercussioni e conseguenze di questo cambiamento. Attualmente, i frontalieri senza lavoro devono per principio far valere la propria richiesta di indennità di disoccupazione nello Stato di residenza. Lo Stato in cui sono attivi professionalmente rimborsa tuttavia al Paese di residenza le spese per l’indennità di disoccupazione versata per i primi tre mesi (in caso di una durata d’occupazione di meno di 12 mesi nell’ultimo Stato in cui si è lavorato), rispettivamente per i primi cinque mesi di disoccupazione (in caso di una durata d’occupazione di oltre 12 mesi).

Di principio, i frontalieri possono annunciarsi – come ogni persona disoccupata – a partire dal primo giorno di disoccupazione presso l’ufficio competente del proprio Stato di residenza. I frontalieri che hanno perso il lavoro possono inoltre fare domanda presso l’autorità di collocamento dell’ultimo Stato in cui hanno lavorato, da cui devono essere trattati, in materia di consulenza e sostegno nella ricerca del lavoro, al pari dei residenti disoccupati. La competenza per il versamento dell’indennità di disoccupazione rimane in ogni caso nelle mani delle autorità dello Stato di residenza. Questa ordinanza europea regola anche i rapporti tra la Confederazione e gli Stati membri dell’UE (secondo l’allegato II all’Accordo sulla libera circolazione). Ora – prosegue la Segreteria di Stato dell’economia – la Commissione europea propone al Parlamento europeo e al Consiglio d’Europa un adeguamento di questa regolamentazione. In particolare, i costi dell’indennità di disoccupazione in seguito ad un’attività di oltre 12 mesi devono essere completamente a carico dello Stato in cui si è lavorato. «Al momento non possiamo fornire stime precise per la Svizzera, dal momento che il testo in questione deve ancora essere discusso all’interno dell’Unione europea», ci spiega la Segreteria di Stato. La SECO prevede comunque una crescita dei costi di diverse centinaia di milioni di franchi, nel caso in cui si dovesse effettivamente giungere ad un cambio di paradigma.

Le discussioni in seno all’UE si preannunciano ad ogni modo molto accese, anche se il progetto ha buone chance di successo. Diversi Paesi – tra cui la Germania, il Lussemburgo con i suoi numerosi frontalieri, la Danimarca, l’Austria, i Paesi Bassi, il Belgio, Ciprio e Malta – hanno palesato il proprio malcontento. Su tutt’altra linea, invece, la Francia e gli Stati dell’Est. Secondo alcuni fonti diplomatiche europee, questi Paesi sarebbero persino riusciti ad imporre un’abbreviazione del termine: se la Commissione europea aveva inizialmente proposto una durata di 12 mesi quale periodo per cui un frontaliere deve aver lavorato nell’estero europeo al fine di poter accedere all’indennità di disoccupazione in quello Stato, attualmente il lasso di tempo in discussione si sarebbe ridotto a soli tre mesi.

Un iter non da poco

Ieri a Bruxelles, in occasione del quindicesimo incontro del Comitato misto per l’Accordo sulla libera circolazione delle persone (che riunisce su base paritetica i rappresentanti delle parti contraenti), Cornelia Lüthy, vicedirettrice della Segreteria di Stato della migrazione (SEM) ha dichiarato che le modifiche previste potrebbero significare per la Svizzera un contributo milionario a tre cifre, considerando i 320.000 frontalieri che lavorano nella Confederazione. Ma dal momento che non è ancora stata presentata una decisione definitiva, è ancora troppo presto per parlare delle possibili conseguenze. Dopo l’incontro dei ministri previsto per domani, il progetto passerà al vaglio del Parlamento europeo. Infine, il Legislativo dell’UE e gli Stati membri dovranno trovare un accordo.

Va segnalato, tuttavia, che la Svizzera non è obbligata a riprendere – qualora venisse approvata – la nuova normativa in maniera automatica. Attenzione però: se non lo facesse, la libera circolazione delle persone potrebbe risentirne. Come ha precisato Lüthy: «La Svizzera ha grande interesse nel funzionamento del coordinamento dei sistemi di assicurazione sociale». Entrambe le parti – la delegazione elvetica e quella europea – hanno ad ogni modo rilevato che l’Accordo di libera circolazione continua a funzionare bene sullo sfondo di un saldo migratorio in calo verso la Confederazione.

Da notare infine che, come confermato anche da parte di Bruxelles, di coordinamento dei sistemi di assicurazioni sociali si è già parlato anche nell’ambito delle trattative sull’accordo quadro istituzionale. È evidente quindi che il tema è ben lungi dall’essere esaurito, non solo nell’Unione europea ma anche alle nostre latitudini. a.r./ats

 

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