Proporzionalità e libertà

La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.” (Adorno, citato in un articolo apparso su Azione del 5 maggio 2014 sul programma di sensibilizzazione sui matrimoni forzati).

Ultimamente si è letto parecchio del principio di proporzionalità, uno dei principi fondamentali del diritto svizzero e non solo. Un principio che però non va relegato nella sfera tecnico-giuridica, che non può valere a dipendenza se si parla da giurista o da cittadino o padre di famiglia. Perché è una questione di vita e di sana convivenza. Significa esaminare se quella che si ha in mente è veramente l´unica via o se non ce ne sarebbero altre, meno drastiche ma altrettanto o forse più efficaci. Vuol dire avere rispetto per le persone, tutte: per chi è vittima di un reato, ma anche per chi ne è autore. Non sono mai solo vittime o criminali, ma innanzitutto esseri umani, con la loro dignità, le loro sofferenze, le loro speranze. Vuol dire guardare il singolo caso, in tutti i suoi aspetti e sfaccettature. Vuol dire accettare che nella vita non vi è mai sicurezza o certezza assoluta, che non c’è un valore assoluto che prevale su altri valori, annullandoli, ma che occorre sempre ponderare gli interessi, valutare attentamente l’utilità e le conseguenze di ogni singola legge, misura, intervento. Altrimenti si rischia di buttare il bambino con l’acqua sporca, di rassegnarsi a rimedio estremo per un male estremo e in definitiva di costruire una società totalitaria.

Di questi tempi invece, nel dibattito pubblico, sembra che ci sia solo o bianco o nero: chi si oppone al divieto del burqa passa per difensore del burqa, per amica dei talebani piuttosto che per difensore della libertà delle donne, sia nei confronti dei mariti-fratelli-padri ecc. sia nei confronti dello Stato. Chi si oppone all’espulsione automatica degli autori di determinati reati passa per terrorista, come se espellere un “criminale” potesse di per sé escludere che diventasse recidivo (o come se nel resto del mondo commettere crimini non fosse un problema) e come se commettere dei crimini fosse iscritto nel DNA e per di più in modo deterministico, come se poter vivere dove si hanno le proprie radici, i propri famigliari, le proprie amicizie, non fosse anch’esso un valore da proteggere. Chi si oppone al contingentamento di ogni immigrazione passa per nemico dei disoccupati anziché per difensore del diritto di esserci, di far parte della società anche se non si è (più) di utilità immediata per l’economia. E così anche chi si oppone all’iniziativa per il divieto di lavoro a tempo indeterminato e automatico per chi ha commesso atti di pedofilia passa per pedofilo anziché per una persona che cerca di vedere le sfumature. Come se con l’accettazione dell’iniziativa, casi come quello del 57enne socioterapeuta di Interlaken condannato a 13 anni di reclusione dopo aver abusato di centinaia di vittime non potessero più succedere: non è così, perché se gli abusi non vengono portati alla luce, non c’è tribunale che li giudica e non c’è giudice che può pronunciare un divieto di lavoro con fanciulli per il resto della vita.

Nel caso della pedofilia (come in altri), il legislatore ha reagito e ha adottato delle regole più severe che non si limitano a punire il “pedofilo”, ma che permettono di limitare il suo raggio di movimento e la sua libertà di economia e commercio una volta espiata la pena. Con la possibilità di adeguare queste misure a dipendenza del caso concreto.
Ma agli iniziativisti non basta, vogliono degli automatismi. Pensano che sia possibile il controllo assoluto, la sicurezza assoluta. Io non ci sto. Penso ancora che una società evoluta, matura e responsabile non possa limitarsi a isolare le persone che contravvengono alle sue regole. Questa iniziativa, come altre di questi tempi, dà una falsa sicurezza, quando la sicurezza più che attraverso leggi passa attraverso relazioni vive e attente. Sono per la vita, con tutti i suoi rischi, non voglio mandare nel deserto nessuno, non voglio perdere la speranza che più di ogni altra cosa possa l’ascolto, attraverso la presenza viva, accanto ai bambini e accanto alle persone con tendenze pedofile, accanto a vittime e autori di reati, accanto a residenti e migranti. Sarà faticoso, ma la vita è un ventaglio di colori (o di varietà di grigi, se preferite), non solo bianco e nero.

Rosemarie Weibel, Lugano
co-presidente del Coordinamento donne della sinistra
14.4.2014

Uscito sul Corriere del Ticino del 24.4.2014, con il titolo “Ma la realtà non è in bianco e nero”

 

 

 

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