Etnicizzazione del diritto – una riflessione

di RosemarieWeibel
articolo apparso su Voce Libertaria no. 24/maggio-agosto 2013 e – in forma abbreviata – su rivista A n. 381 di giugno 2013

In questo articolo voglio tentare di indagare alcune proposte e novità legislative degli ultimi tempi che introducono delle norme nel diritto chiaramente tese a disciplinare rispettivamente vietare dei comportamenti di persone con una determinata origine.

Che il diritto non fosse neutro, è stato ampiamente indagato e dimostrato: viene formato da una determinata classe sociale e su un determinato modello (la persona – l’uomo – “medio” quale metro di paragone); è tendenzialmente classista (formato sugli interessi e le condizioni di vita della classe medio-alta) e maschilista (formato sul curriculum vitae degli uomini, lo si vede bene, nonostante i correttivi,ancora nell’ambito delle assicurazioni sociali). Generalmente si tratta di caratteristiche implicite, di cui né i rappresentanti, né i rappresentati sono veramente consapevoli, rispettivamente che sono considerate giuste o inevitabili.

Il fatto di riconoscere delle differenze e di trattare i soggetti di diritto diversamente a dipendenza di determinate loro caratteristiche non è di per sé negativo. L’uguaglianza, la parità di diritto, ha in effetti due facce: che non vengano fatte distinzioni insostenibili (discriminazioni), ma d’altra parte anche che vengano fatte distinzioni laddove il rifiuto di farle significherebbe assimilazione o renderebbe impossibile accedere a questi diritti – le famose “pari opportunità”.

L’aspetto che ultimamente mi colpisce è che si legifera in chiave etnica: a partire cioè dalla percezione secondo cui delle persone di aspetto diverso, o con abitudini diverse rispetto alla maggioranza costituiscono un gruppo omogeneo e ascrivendo a questi gruppi precise caratteristiche.

Un esempio per esplicitare questo concetto è la votazione sui minareti del 2010, con cui è stato introdotto nella costituzione il divieto di costruire minareti. Questa norma è stata votata chiaramente in ottica anti-stranieri. Ma hanno sostenuto il sì anche certe cerchie femministe perché l’islam sarebbe particolarmente sessista. Il sessismo viene quindi etnicizzato: la discriminazione delle donne è pensata essere una caratteristica dell’islam[i], e siccome si è contro la discriminazione delle donne si è contro l’islam (e quindi contro i minareti).

Un altro esempio è la prevista normativa cantonale sul divieto di dissimulare il viso, il cui obiettivo principale è vietare dei copricapi che esulano dalla “tradizione locale”. Ma su questo tema magari tornerò in un’altra occasione.

Particolarmente significativa è la nuova norma penale contro le mutilazioni genitali femminili in vigore dal 1.7.2012 su iniziativa della socialista Maria Roth-Bernasconi: rende punibile “chiunque mutila gli organi genitali di una persona di sesso femminile, pregiudica considerevolmente e in modo permanente la loro funzione naturale o li danneggia in altro modo” (art. 124 CPS[ii]).

La norma, introdotta per proteggere le donne immigrate e le loro figlie da questa pratica orribile, dimostra bene da un lato il condizionamento culturale del nostro diritto, dall’altro l’ascrizione di determinate caratteristiche a persone provenienti da paesi africani e arabi dove questi interventi vengono praticati.

Il nuovo articolo di legge comporta infatti “dei problemi di delimitazione” particolari rispetto alle cosiddette operazioni genitali cosmetiche, operazioni che negli ultimi anni sono considerevolmente aumentate: in pratica, come espone Terre des femmes nella sua presa di posizione sulle operazioni genitali cosmetiche[iii], “Questi divieti, pensati per proteggere l’integrità fisica delle migranti, pongono dei problemi alla luce del numero crescente di “donne occidentali” che si sottopongono ad operazioni nella zona genitale per motivi puramente estetici o per aumentare le sensazioni di piacere”. (traduzione RW). Infatti, la norma non prevede la possibilità per le donne di acconsentire ad un intervento sui propri organi genitali che non sia medicalmente indicata, neppure se maggiorenni. Secondo la dottrina[iv], è vero che anche interventi quali piercing, tatuaggi e operazioni estetiche di per sé cadono sotto l’art. 124 CPS, che non distingue tra lesioni gravi e lesioni semplici. Risolve tuttavia il “problema” mediante un’interpretazione teleologica secondo cui il legislatore non voleva far cadere queste pratiche sotto il divieto delle mutilazioni genitali femminili. Affermazione probabilmente vera, ma è proprio qui il punto: per le donne vittime di mutilazioni genitali nel senso attribuito generalmente a questo concetto, si parte dal presupposto che anche da adulte avrebbero difficoltà di opporvisi a causa della tradizione, della pressione sociale, del grado di integrazione ridotto, della dipendenza finanziaria e dello statuto precario in relazione al titolo di soggiorno[v]. Dall’altra parte, per quanto riguarda piercing, tatuaggi o operazioni di chirurgia estetica (si parla sempre in relazione ad interventi sugli organi genitali femminili), si considera che riguardino unicamente l’integrità fisica e non tocchino la altri beni giuridici protetti quali l’integrità sessuale, la dignità e l’autodeterminazione della donna o la protezione di una vita non ancora nata[vi]. La conclusione è che trattandosi di lesioni semplici e siccome i motivi sono considerati rispettabili, una donna adulta (che in questo caso è europea), può ed è in grado di acconsentirvi liberamente (o – in altre parole – di opporsi ad un intervento del genere se non lo desidera). Eventuali pressioni culturali e da parte di partner, coniugi, ecc., non vengono neppure discusse.

E naturalmente, per quanto riguarda la circoncisione maschile, nessuno mette in dubbio che un uomo adulto possa acconsentirvi liberamente, neppure chi mette in discussione la legittimità di questi interventi sui minorenni.

Un altro aspetto dell’intera faccenda che mostra bene quanto etnocentrico sia il nostro diritto, è quello legato agli interventi di chirurgia plastica genitale su bambini con caratteri sessuali ambigui: “Tra il 2006 e il 2010, l’assicurazione invalidità (AI) ha rimborsato i costi dei provvedimenti medici previsti in caso di “intersessualità” in media per trenta bambini l’anno. Non è noto il numero di interventi chirurgici effettuati, poiché la statistica non riporta il tipo di prestazioni mediche rimborsate dall’AI.”[vii] Ora, si tratta di interventi su minorenni alfine di stabilire chiaramente il sesso, a livello di organi genitali, che possono avere conseguenze gravi per tutta la vita e che finora venivano eseguiti nell’interesse del bambino che nella nostra società sarebbe preferibile crescesse con un sesso ben definito. Pochi mettono in discussione la possibilità per i genitori di acconsentire ad interventi del genere, considerati medicalmente e socialmente indicati nell’interesse del bambino[viii].

Mi chiedo: dove esattamente sta la differenza tra l’intervento chiamato mutilazione genitale sui genitali femminili “per fare una vera donna”, e l’intervento su genitali di un bambino chiamato provvedimento medico in caso di intersessualità per farlo diventare “una vera donna” rispettivamente “un vero uomo”?

A me paiono altrettanto dolorosi, gravidi di conseguenze e menefreghisti dell’autodeterminazione della vittima.


[i] e quindi degli aderenti a questa religione, e quindi degli stranieri in generale provenienti da paesi in cui l’islam è la religione maggioritaria

[ii] Codice penale svizzero, RS 311.0

[iii] Terre des femmes suisse, Papier de positions sur les Mutilations Génitales Féminines (MGF)

[iv]Daniel JOSITSCH e Angelika MURER MIKOLÄSER, Der Straftatbestand der weiblichen Genitalverstümmelung, in AJP/PJA 10/2011, p. 1281

[v] Interpreto quest’ultima preoccupazione nel senso che se a causa della sua opposizione ad una mutilazione genitale la donna si dovesse separare dal marito dopo pochi anni di matrimonio, il suo permesso di soggiorno potrebbe essere messo in discussione se giunta in Svizzera attraverso il ricongiungimento familiare. Allora, piuttosto che garantire dei permessi stabili si preferisce intervenire col diritto penale.

[vi] Protezione di futuri bambini, dato che in particolare le mutilazioni più gravi comportano rischi maggiori di infezioni e complicazioni durante il parto

[vii] Risposta all’interpellanza di Jacqueline Fehr del 28.09.2012, 12.3920, Tutela dell’integrità fisica dei fanciulli. Operazioni genitali cosmetiche e circoncisioni

[viii] Cfr. Mirjam WERLEN, Kindesschutz für Kinder mit bei der Geburt nicht klar zuweisbarem Geschlecht in AJP/PJA 11/2004 p. 1319 ss.; Andrea BÜCHLER, Michelle COTTIER, Legal Gender Studies, Rechtliche Geschlechterstudien – Eine kommentierte Qeullensammlung, Zurigo/S. Gallo 2012, p. 395 ss.

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